A Dangerous Method

David Cronenberg aveva iniziato la carriera come autore “in proprio” di incubi metropolitani, dove i protagonisti erano tipicamente dei corpi estranei, venuti da chissà dove, per invadere e trasformare i protagonisti. Il suo fu quindi etichettato come “cinema del corpo e delle trasformazioni”, in quanto i suoi film onirici, pregni di atmosfere lynchiane, sfuggivano a un’interpretazione ortodossa, lasciando le briciole di quell’unico appiglio. Corpi violati, penetrati, devastati e infine trasformati. La carne si fa altro, forse un gradino ulteriore dell’evoluzione, o piuttosto un passo indietro. “Brood”, “Il demone sotto la pelle”, “Videodrome”, “La mosca”, “Inseparabili”, “Scanners”, “Crash”, citati in ordine sparso, lasciano un sistema di segni nel quale non si fa fatica a individuare un percorso formale, ma dove ci si perde facilmente, come nei labirinti della mente umana. Ed è qui che a un certo punto avviene la sterzata: dopo aver martoriato corpi, vivisezionati, scarnificati, rigenerati e mutati, David sposta il focus sulla mente. I corpi non hanno dato le risposte che cerca, qualunque fossero le domande. La svolta  c’è nella coppia di pellicole quasi gemelle “A History of violence” e “Eastern promises” (La promessa dell’assassino). Consapevole o meno, Cronenberg continua a occuparsi delle mutazioni che stavolta riguardano l’Io interiore dell’uomo. Nella prima pellicola del nuovo corso, la mutazione avviene dal “bene” al “male”, dove il “bene” è inteso come accettazione sociale, conformità allo status quo, una famigliola felice, figli ribelli e un bar con le tasse da pagare. Il “male” è la violenza, la mancanza di empatia e sentimenti, la capacità di uccidere esseri umani a comando e senza rimorso. Ne “La promessa dell’assassino”, al contrario, il Bene si maschera da Male per infiltrarsi e vincere diventando il Re dell’Inferno, ma può il Bene rimanere incontaminato, evitare di cedere al fascino del male? La risposta è sì, ma non è quella definitiva. L’autore con “A Dangerous Method” alza quindi la posta in questo nuovo capitolo della sua epopea nella mente umana, e mette in gioco l’etica illuminista della civiltà (Jung) contro l’antievoluzionismo dei filosofi del ‘900 (Freud).

A Dangerous Method
“Mi chiedo come reagirebbero se sapessero che stiamo portando loro la peste”

La “peste” è la tesi che ogni disturbo del comportamento derivi da una frustrazione sessuale sepolta in profondità nell’inconscio, ed è una peste dalla quale la psicoanalisi non può e non deve guarire, ma solo studiare i soggetti affetti e identificare il Male.
Il giovane Jung, però, sembra sposare l’aforisma “la psicoanalisi è la malattia di cui pretende di essere la cura”, e cerca strade nuove, stimolato dall’incontro con una particolare paziente, Sabrina Spielrein, cui Jung applica come terapia le teorie del suo mentore. Sabrina guarirà dalle sue ossessioni, o almeno imparerà a controllarle, divenendo a tutti gli effetti un membro della società. Ma per ottenere il risultato, il suo analista dovrà operare un metodo pericoloso, mettendosi in gioco, ammalandosi lui stesso di un amore selvaggio per Sabrina, contrapposto a quello istituzionale per la moglie e le figlie, e per il suo lavoro. La trasformazione è evidente in entrambi, paziente e malata, che si scambiano i ruoli in una sorta di psicoterapia incrociata. Lei diverrà una famosa psicoanalista infantile, lui proverà a codificare le sue teorie, giudicate eretiche da Freud, col quale interromperà ogni rapporto. Freud è l’unico personaggio che non si evolve, la sua mente resta congelata in un istante, che rimane celato in un sogno che non vuole raccontare. Rifiutare la cura, fa parte della filosofia di Freud, accettarla per evolversi è il dogma di Jung.

A Dangerous Method

Il conflitto tra Jung e Freud si estende a Sabrina, contesa tra i due dottori, alle volte consapevolmente utilizzata come arma dall’uno contro l’altro. Sabrina, affrancandosi da entrambi, troverà poi la sua strada, infine interrotta dalla morte per mano dei nazisti perché ebrea. Il conflitto ariani-ebrei è anche tirato in ballo da Freud, che lo getta con forza addosso a uno Jung ancora inconsapevole, ma che più tardi avrà la premonizione di un’immane tragedia (la guerra mondiale) che travolgerà l’intera Europa.
Il film ha una sua energia, nonostante la psicoanalisi sia stata oggi derubricata a moda degli anni ’80, ed è rilevante in quanto i fatti narrati sono reali e parte della Storia. Per chi volesse un punto di vista diverso, il lavoro di R. Faenza “Prendimi l’anima” è un lavoro eccellente, dove le stesse vicende sono narrate dal punto di vista di Sabrina Spielrein.
Una nota la meritano le interpretazioni degli attori: Mortensen è qui al suo terzo film con Cronenberg, stavolta da coprotagonista, nel ruolo di un Freud distaccato e isolato dal mondo reale, che osserva limitatamente alla visione offerta dalla lente d’ingrandimento delle sue teorie. Michael Fassbender è perfetto nel ruolo di Jung, e la (quasi) sorpresa Keira Knightley, che riesce a catturare molto bene le due versioni di Sabrina, la schizofrenica masochistica ninfomane, e la psicoanalista liberata dall’amore.

Voto Autore: 4 out of 5 stars