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Antichrist

Lars von Trier è uno dei più spocchiosi, paranoici, insopportabili figli di puttana che abbia mai intrapreso la carriera di regista. I sui atteggiamenti sono sempre, volutamente provocatori, sopra le righe, in un eterno tentativo di scioccare, stupire, scuotere, far reagire non solo gli spettatori, ma il mondo intero. Da qui partono le sue produzioni nel porno, le dichiarazioni su Israele (“a pain in the ass”, definita così, non in un bar, ma durante la conferenza stampa di presentazione di “Melancholia”) che gli danno la fama di regista stronzo, più che maledetto.
Ma è anche un Autore e un grande animale da cinema, c’è poco da fare. E’ uno che lascia molti segni nelle sue opere,  riconoscibili, violenti, a volte dolorosi. E non ha paura di mettersi a nudo. Per egocentrismo? Forse, data la sua scarsa opinione nei confronti dell’umanità intera. Comunque sia, è sicuramente il regista più misogino del mondo, e Antichrist, più ancora di “Dancer in the dark” e “Dogville” , è una dichiarazione in questo senso. Difficile evitare uno spoiler per spiegare questo film che ha una trama, ma il cui senso sfugge. E allora è inutile cercare una logica nel canovaccio lynchiano per provare a tradurre le suggestioni codificate nella pellicola.


La sinossi di base è: a una coppia muore l’unico figlioletto, Lui è uno psicoterapeuta che prova a far uscire Lei dalla depressione, ma la cosa non funziona assolutamente. Perché Lei è cattiva. Perché Lars odia le donne. Oppure: odia tutta la razza umana, uomini, donne e bambini, ma con le donne deve essere un fatto personale. Forse chè Lei è diventata cattiva per la perdita del figlio? Manco per niente, era già malvagia, era già la peggior madre del mondo. E Lui? Un fesso pretenzioso, che viola l’etica pensando di poter curare la propria moglie, quando scopre di non averla mai conosciuta. E in mezzo a questo psicodramma: amplessi furiosi (e se parliamo di scopate a sangue, non è per il gusto dell’iperbole), animali parlanti, streghe, boschi partoriti dal doppio oscuro di Hayao Miyazaki, torture infantili, simbolismi d’accatto e Bang! Finale catartico, con dedica immodesta a Tarkovskji, autore più “denso” e “quiete” del danese. Ne aveva bisogno Lars, del suo film/terapia, di questo finale, in quanto doveva liberarsi dalla depressione che lo ha spinto a sviscerarsi qui. Non sembra però aver funzionato,  dato che nell’opera successiva (basterebbe il titolo: “Melancholia”) l’allegro Lars mette in scena addirittura la fine del mondo.    
Insomma, un film da far vedere più allo strizzacervelli del regista (i simbolismi junghiani e gli schemi  sessuali freudiani dovrebbero mandarlo in sollucchero!) che al pubblico pagante, che potrà essere interessato non alla storia, ma ad una raffinatissima fotografia (specie i momenti in B/N, come il bellissimo prologo su un’aria di Handel), all’estremismo horror-porno-splatter e all’uso cadenzato delle musiche. Vale quindi il vecchio adagio “E’ Ok, se ti piacciono questo genere di cose”.  


Per chi non ha proprio intenzione di sporcarsi l’anima con questo film, proviamo ad entrare nel dettaglio di ciò che vi accade. Con tutti gli spoiler del caso.
Un uomo e una donna scopano in maniera quasi animalesca mentre turbinano lavatrice e fiocchi di neve. Sono marito e moglie, nella loro camera da letto. Mentre lo fanno, la donna di spalle vede il loro figlioletto (Quattro anni? Cinque?) uscire dalla finestra e gettarsi con tranquillità nel vuoto con il suo pupazzo in mano. Lei gode nell’orgasmo, mentre suo figlio muore. Lo ha visto? Non ha voluto fermarlo?  
La ritroviamo più avanti in crisi depressiva totale, col marito, psicoterapeuta, che cerca di guarirla in qualche modo. Facendola entrare nel bosco/Eden prima la mente, poi per davvero. Lei è una ricercatrice storica che ha lavorato in precedenza su una tesi dedicata alla persecuzione delle streghe. Cominciano ad apparire strani indizi ad Eden, e strane visioni: Eden è un bosco dove la famiglia possiede una casa, perfetta per isolarsi dal mondo. O per torturare il proprio figlio, rovinandogli le ossa delle gambe, come per renderlo simile alla “Bestia della Bibbia”.
Si manifestano (tramite visioni) “Dolore”, “Pena, “Disperazione”, ma non sono i “Tre Cavalieri dell’Apocalisse”, ma “i tre mendicanti” (sic) corrispondenti a tre animali: cervo, volpe, corvo.
Significati particolari? Forse. La superiorità della Natura di fronte alla Religione? Anche. Le donne sono streghe in quanto deviate dalla Natura verso la Religione? Poco credibile.
Von Trier non crede in nessuna religione e sappiamo cosa pensa: panzane senza dignità (che dio lo benedica!). Magari ne ha una tutta sua. A ogni modo il conflitto raggiunge il climax tra Lui e Lei, culminando in un amplesso-tortura dove al posto dello sperma vediamo zampillare sangue. Ma sarà Lui a sopravvivere al Caos e al Genocidio (?), e a quella strega della moglie. Il film rimane ambiguo per tutta la sua durata, il che permette a chiunque di inventarsi la propria storia sui simboli sparsi nelle due ore e mezza e sul loro significato. Proprio per questa apertura totale, il tentativo diventa un mero esercizio mentale, tanto vale quindi, come detto,  provare a decifrare le ossessioni di Von Trier, cercando oltre le volpi parlanti (“il caos regna”), i cervi e i corvi disseminati in un bosco che è umido e profondo, ma che non ha promesse da mantenere.
Qualora risanato, torni al “Dogma” di addentrarci nel cervello e non solo la pazienza: torni a “Le Onde del Destino” e a quel capolavoro che è “Dogville”.    

VOTO: 3 out of 5 stars