Audition – il castigo dell’arroganza maschile targato Miike

Uno spudorato esploratore della depravazione. Così potremmo definirlo. Il camaleonte giapponese che, come nessuno, ci ha nutrito a pane ed efferatezza, saziando la nostra insana voglia di follia. Sul suo biglietto da visita potremmo leggere: Miike Takashi, indagatore del perverso, specializzato in spargimento di sangue. Un centinaio di lavori sul curriculum, un humor che definirlo semplicemente nero pare davvero poco, e un gusto dissacratorio che non lo abbandonano mai. Miike Takashi ci ha raccontato il Giappone nascosto, ciò che non si scorge facendo capolino con la nostra testa occidentale sulla terra del Sol Levante. O forse ci ha raccontato solo ciò che lui immagina si nasconda là ad Oriente, ciò che accade nella testa di un genio pazzoide come lui. Poco importa. Miike ha fatto del cinema nipponico un vero e proprio oggetto di culto. E se tutta quella oltraggiosa violenza fosse in grado di parlarci d’amore? E non parliamo di smania di possesso o di incontenibile desiderio. Ma della purezza del vero amore. Sapremmo abbandonarci nelle mani del “diavolo” giapponese per scoprire il suo lato romantico? “Audition” è un dramma sentimentale a tutti gli effetti. O quasi.

 

Audition

Subito dopo il profondo turbamento provocatoci con “Dead or Alive”, di cui non abbiamo più dimenticato le urla deliranti, gli sgozzamenti e l’enorme quantitativo di cocaina e sangue, nel 2000 viene presentato al Festival di Rotterdam “Audition”: il film consacrerà Miike allo statuto di autore cult. L’anno dopo, la sadica violenza e il virtuosismo stilistico del capolavoro “Ichi the Killer” lo eleveranno a mito indiscusso. Il mito indiscusso del cinema estremo.

“Audition”, basato sull’omonimo romanzo di Ryu Murakami, è una pellicola a basso budget intensa e raffinata. Un punto di non ritorno nella storia del genere horror. Nessun tratto soprannaturale, nessun mostro per il genio di Osaka. L’umanità è sufficientemente terrificante. Miike dopo averci sapientemente rassicurato per un po’, decide di farci precipitare in un incubo dal quale non potremmo svegliarci. “Audition” è un’iniezione letale.

Asami

Il mite Aoyama (Ryo Ishibashi) è un uomo solo. Dopo la morte della moglie si è dedicato con amore all’educazione del figlio Shigehiko. Padre affettuoso e lavoratore attento, per anni non si è concesso la fantasia di un nuovo amore. La sua solitudine con il tempo diviene sempre più profonda e si lascia convincere dall’amico Yoshikawa, produttore cinematografico, a cercare una nuova compagna. L’amico, comprendendo le difficoltà di Aoyama nel relazionarsi, suggerisce di orchestrare dei provini fittizi per aspiranti attrici. Il film in realtà non vedrà mai la luce, ma l’uomo potrà scegliere la donna giusta da corteggiare senza esporsi troppo. Un’idea bizzarra e forse subdola. Ma brillante. Aoyama è reticente a mettere da parte il ricordo della defunta moglie, ma decide ugualmente di assistere alle selezioni. Nessuna sembra essere quella giusta. Tutte troppo interessate alla carriera, tutte troppo frivole. Ma poi l’attenzione di Aoyama si sofferma su di lei: Asami (Eini Shiina) fragile e candida nel suo vestito bianco, spaesata nella grande sala delle audizioni. Asami è bella, umile, indifesa, pacata. È perfetta. I due inizieranno a frequentarsi, e lentamente dal romantico corteggiamento emergeranno dissonanti punti oscuri.

Audition

Miike si concede tutto il tempo per presentarci i protagonisti del suo dramma sentimentale. La tenerezza dei primi incontri, la maldestra corte di Aoyama, il dolce volto della remissiva Asami. Impazienti di conoscere come Miike sconvolge lo sdolcinato quadretto gettando lo spettatore in un’autentica dimensione horror? Se la prima parte di Audition vi ha accarezzato con l’idillio di un amore, la seconda vi colpirà dritta allo stomaco. Pronti a sudare freddo?

In una piccola stanza cupa Asami attende accanto ad un telefono. È rimasta rannicchiata su stessa per giorni. Aoyama le aveva promesso amore, un amore sincero, un amore tutto per lei. Ma quell’uomo devoto al lavoro e alla famiglia non può amarla così intensamente. Quanti uomini le hanno già fatto questo: il suo passato è un susseguirsi di tradimenti e abusi; nessuno è stato in grado di amarla come lei voleva.

Asami

E tutta quella messa in scena per selezionare la donna che potesse incarnare alla perfezione l’archetipo della splendida moglie obbediente? Non è forse un ennesimo sopruso essere ingannati e ritrovarsi oggetto di un esame che decreterà quanto tu sia sufficientemente gradevole e ammodo, e dunque degno d’amore?

Asami risponde alla telefonata di Aoyama con voce accondiscendente, ma la telecamera di Miike ci rivela ciò che accade alle sue spalle. In una grande sacco di iuta è tenuto prigioniero un uomo. È stato torturato, è ridotto ad uno stato bestiale. E come un raccapricciante animale domestico attende di essere nutrito dalla caritatevole padrona.

Audition

Asami non è un remissivo oggetto costruito per le attenzioni maschili. Dirige lei il gioco, e ha tutta l’intenzione di dimostrarcelo.

Miike per tutto il film prepara gradualmente l’ignaro spettatore allo sconvolgente ribaltamento della prospettiva: abbiamo teneramente sorriso mentre Aoyama osservava Asami in quelle “innocenti” audizioni, senza renderci conto che è sempre stata lei a tenerci d’occhio. La visione semi soggettiva della ragazza si fa soggettiva in più occasioni: Miike ci lascia presagire quanta forza si nasconda nella donna. E giunti alla resa dei conti, ancora prima di vederla inquadrata, sappiamo che l’occhio della macchina da presa coincide con quello di Asami. Vestita di grembiulino di cuoio e di seducente sadismo, armata di cavi d’acciaio e spilloni da agopuntura. Asami è ora molto diversa da come l’arroganza maschile l’aveva ritratta. Aoyama è immobilizzato, a terra, disteso su un telo di plastica. Vittima inerme di una sirena vendicatrice. La telecamera insiste sul sorriso appagato di Asami e una filastrocca inquietante accompagna la tortura. Un grido di battaglia pronunciato con voce suadente. Asami non è più un oggetto perfetto: il suo corpo non è fatto per regalare piacere, ma per infliggere un infernale martirio.

“Fa male? Le parole creano solo bugie. Del dolore, invece, ti puoi fidare. Sei d’accordo?” domanda Asami. Sì, siamo d’accordo. Ed è questo a stordirci. Mentre malconci resistiamo alla crudezza delle immagini, non possiamo smettere di pensare che quell’estrema brutalità non è altro che un disperato grido d’amore. Miike ci accompagna, con Audition, in un viaggio di cui lui solo conosce la destinazione. Se si accetta di seguirlo il rischio è quello di ritrovarsi sul ciglio di una strada con lo stomaco sottosopra. Ma siamo certi che lo ringrazierete comunque per avervi concesso un passaggio. Per avervi mostrato che non c’è nulla da temere. Perché l’orrore è dentro di noi.

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars