Boiling Point

Tokyo, 1990. Masaki è immerso nell’oscurità. Esce da una piccola toilette, è vestito come un vero giocatore di baseball. Si avvia verso il campo da gioco, si accomoda in panchina. L’allenatore è nervoso, lo rimprovera per essersi assentato per lungo tempo. La loro squadra non riesce a fare nemmeno un punto. Masaki è un disastro come suggeritore e incapace come raccattapalle. Sul finale della partita fa da battitore, è l’ennesimo fallimento. Perdono 5-0 contro la squadra ospite. Masaki scoraggiato si allena a battere dei colpi a vuoto.

“Boiling Point” (3-4 x jūgatsu) inizia così, come fosse un crossover nippo-americano. Senza cruda violenza, né scontri fra bande rivali. Solo Masaki, smarrito, attonito, assente. Ma Takeshi Kitano trasformerà ben presto questo affresco di provincialismo nipponico in una storia di vendetta, prevaricazione e brutalità. Boiling Point è come un fucile puntato verso di noi, e “Beat” Takeshi è pronto a scaricarci addosso un caricatore colmo di slanci visivi ed esplosioni di violenza. Un film senza orpelli né musiche che possano accompagnare la narrazione, un’opera prosciugata, che non concede gentilezze allo spettatore. L’estetica della sottrazione che ha reso unico il grande cineasta giapponese sa restituire la vera essenza del reale, e fa di “Boiling Point” un poderoso manifesto su celluloide della poetica di Kitano.

Boiling Point

Un giovane silenzioso e cupo Masaki, che non ha alcun entusiasmo o talento. Non è di certo un giocatore di baseball eccezionale, e non sembra avere le doti per diventarlo. La medesima prostrazione la riversa nel suo lavoro, in una stazione di servizio, dove trascorre il suo tempo indolente, in compagnia di colleghi più svegli, più furbi, più accorti di lui. Ma è proprio sul lavoro che arriverà quel gesto di stizza, di rottura, completamente sconveniente. Un cliente insoddisfatto si lamenta della prestazione ricevuta, spintona Masaki con arroganza e questo risponde con un pugno. Un gesto che solo Masaki avrebbe potuto compiere: la sua ribellione è inopportuna quasi quanto la sua presenza sul campo da baseball, dettata dall’inerzia così come la sua mediocre esistenza.
L’indisponente avventore è difatti membro della yakuza e l’offesa ricevuta provoca l’ira del boss locale. Nonostante le innumerevoli scuse da parte della dirigenza e del personale, la yakuza chiede il pizzo alla stazione di servizio, sotto minaccia di rappresaglia. Per salvare la pompa di benzina ed evitare le terribili ripercussioni, Masaki dovrà prepararsi a pagare a caro prezzo la sua insubordinazione. Fortunatamente può contare sull’aiuto dell’amico ex-yakuza Iguchi che tenta una riconciliazione con la gang. Ma Iguchi viene brutalmente pestato e chiederà allo sfortunato Masaki di recarsi ad Okinawa per comprare le armi per affrontare i gangster. Lì il giovane incontrerà il criminale più spietato di tutti: il sadico e perverso Uehara, interpretato dallo stesso Takeshi Kitano. Il carismatico e feroce personaggio non poteva avere altro volto che non quello di “Beat” Takeshi. Le sorti del goffo Masaki saranno indissolubilmente legate al destino del sanguinario Uehara.

Boiling Point

Se si considerassero le sequenze riguardanti il baseball separate dalle scene propriamente noir si otterrebbero due film diversi, appartenenti perfino a due generi diversi. La forza di questa pellicola è proprio questa: l’alternanza di ambiti, di linguaggi, di riferimenti. L’humor e la violenza, il grottesco e la consapevolezza filosofica della morte. Questa in fin dei conti è la vera essenza di Takeshi Kitano. Ricordate “Mai dire Banzai”, il programma televisivo in cui la Giallappa’ Band commentava giochi giapponesi paradossali e sadici, animati da concorrenti assurdi ed esaltati? Ecco, la maggior parte era tratta da “Takeshi’s Castle”, programma ideato e condotto dal nostro “Beat” Takeshi. Lo stesso che nel 1997 ha vinto il Leone d’Oro a Venezia per il meraviglioso film “Hana-bi – Fiori di fuoco”.

Viene naturale domandarsi se in Italia svincolarsi dall’intrattenimento comico per diventare un regista di grande cinema sarebbe stato possibile, ma ciò che conta è che Kitano ci sia riuscito e che, ad oggi, non sia più possibile pensare al cinema d’autore giapponese senza che sovvengano alla mente la sua camera fissa, i primi piani bidimensionali, piatti ed estranianti, il suo montaggio disorientante, quella meccanicità gestuale così intensa, il suo umorismo sadico ed irresistibile.

Kitano avrebbe voluto ritagliarsi in “Boiling Point” un ruolo secondario ma una volta entrato in scena, inevitabilmente, divora tutto il resto. Il suo depravato personaggio stravolgerà le vite dei personaggi che incontrerà sul suo cammino e porterà con sé anche noi, imponendoci di riflettere sul come abbiamo deciso di vivere e sul come affronteremo la nostra fine.
Il suo personaggio è animato dai medesimi scatti di follia, gratuita e dirompente, che incendiavano il nichilismo del precedente “Violent Cop”, e che saranno il filo conduttore concreto del Kitano successivo.  

Boiling Point

In “Boiling Point” Kitano si diverte a stravolgere la narrazione tradizionale e le regole dello yakuza-eiga. Il suo cinema è senza regole. Gli uomini che popolano i suoi mondi, gli inesorabili regolamenti di conti e le cruente reazioni a catena, da Tokio a Okinawa (luogo decisivo che ritorna anche in Sonatine) sono in realtà allo sbando, non conosco le regole del gioco o non sanno come rimanere all’interno degli schemi consentiti. Neppure Masaki, estraneo al mondo criminale, riesce a seguire le regole, né sul campo da baseball né sul lavoro, tanto da mettersi contro folli criminali che non gli perdoneranno l’onta subita. Senza direttive i suoi personaggi rimangono attoniti, assorti e immobili, burattini facenti parte di un mondo a cui non appartengono. Il loro destino è già segnato, ma hanno ancora la possibilità di scegliere, scegliere come morire o come uccidere. La grandezza di Kitano risiede qui: la concessione delle carte da giocare all’ultima mano. Come e quando decidiamo di mettere fine al lento gioco del massacro sono importanti esattamente quanto le scelte che ci hanno portato a condurlo.

Boiling Point

Takeshi Kitano è brutale, farsesco e, in modo inaspettato, poetico. Gli animi ipersensibili potranno rimanere offesi dalla sua commedia violenta, quelli dal temperamento intransigente avranno paura di ridere davanti alla morte. Ma è questa la sfida che il comico giapponese ci ha lanciato: prova ad immergerti in una storia terrificante, fra sadismo, sangue e sopraffazioni. Kitano è convinto che ti rimarrà in ogni caso la forza di ridere. 

Voto Autore: 4.5 out of 5 stars