C’era una volta in America

C’era una volta in America è un Capolavoro di inestimabile valore e bellezza visiva, pregno di contenuti sentimentali intramontabili, nonché titanico affresco criminale dedicato da Sergio Leone all’America dei nostri ricordi, e al fallimento del suo sogno.

Te la porterai dietro tutta la vita, tu, la puzza della strada.
A me piace moltissimo la puzza della strada: mi fa sentire bene, mi si aprono i polmoni quando la sento.

C’era una volta… iniziano così le favole, i racconti, le storie. Quelle che meritano di essere ascoltate e raccontate. Davanti a un fuoco, circondati da un cielo di stelle e il narratore che come per magia ci introduce in un nuovo mondo. Fatto di sogni vissuti, di anni spezzati e sentimenti indissolubili. Chè il tempo ha sempre difficoltà ad intaccarli.
C’era una volta in America è un’opera che trae forza dalla consapevolezza dell’arte espansa oltre ogni confine e che fonde con estrema precisione immagini/forma/contenuto/prodigio della settima arte in un “unico” quadro postmoderno, pennellato con soave delizia ed impeccabile precisione dal padre degli spaghetti-western. Crepuscolare, struggente, gigantesco ma soprattutto incompreso.

Nessuno t’amerà mai come ti ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te e mi dicevo: Deborah esiste, è la fuori, esiste! E con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me?

Niente domande e solo una risposta: “Capolavoro” e di seguito ne analizzeremo i motivi.
Già dal lontano 1968 Sergio Leone parlava di C’era una volta in America, affermando di volerlo girare nel 1969: invece passarono 14 anni (e un altro film, “Giu’ la Testa”) prima che il regista ,che aveva tradotto Goldoni e Kurosawa nel West, riuscisse a realizzare il suo capodopera.
Il soggetto deriva da una “gangster-story” semiautobiografica intitolata “The Hoods” (in Italia pubblicato con il titolo “Mano Armata”) scritta da un autentico malavitoso newyorkese, Harry Grey (pseudonimo di Harry Goldberg), il quale narra storia e gloria nell’impero del crimine di un gruppo di piccoli delinquenti cresciuti nel Lower East Side di New York e della loro tragica fine.
Noodles, il cervello della banda, tradito, braccato, costretto a fuggire, rivive in prima persona le memorie di tutti.

“Che cosa hai fatto tutti questi anni Noodles?”
“Sono andato a letto presto!”

Leone con il contributo di ben cinque sceneggiatori stravolge il romanzo di Grey e lo trasforma nel suo “sogno-cinema”, in una personalissima “ricerca del tempo perduto” ove tutti i grandi temi universali si affrontano e si dissolvono tra cronaca e sogno.
Tutto ha inizio e fine in una fumeria d’oppio. Due grandi amici, Max e Noodles, facce di una sola medaglia, vengono riuniti dalla forza che li ha divisi e resi nemici: IL TEMPO.
Gioventù bruciate, occhi spioni svezzati da gambe innocenti, passione e stupro (necessario), amore mai concesso, rifiutato ma sempre presente. Porte che si aprono, si chiudono e si riaprono al ritmo di una musica celestiale (come se il flauto del dio Pan annunciasse ogni volta la fine…e poi l’inizio, la rinascita) , sempre presente ma che sa essere silenziosa nei modi, discreta nell’intreccio, avvolgente nella forma. Musica che si fonde con i personaggi, con l’ambiente e scandisce il tempo, amplificandolo. In ogni singola scena, ogni singolo gesto con una cadenza che ammalia struggendo il cuore.
L’opera sorvola i confini del tempo e si srotola seguendo un meccanismo che lascia spiazzati, affascinati, incantati da tanta rara, irrinunciabile bellezza.

E’ CINEMA nella sua massima espressione. E’ ARTE che non si compiace ma riflette. E noi la assorbiamo, fino a crollare esausti di fronte all’immensità dell’opera che ci travolge.
Le interpretazioni di De Niro (Noodles) e James Woods (Max) sono superlative, esaltate da tutti gli elementi della messa in scena, dalla fotografia ambrata di Tonino Delli Colli, all’ambientazione curatissima di Carlo Simi, alla partitura musicale dolce e straziante di Ennio Morricone.
Niente lacrime sembra dire il regista, ma intensa persecuzione nelle illusioni del sogno americano.
C’era una volta in America si è rivelato col passare degli anni un’opera fondamentale nel disegnare e nell’anticipare le linee entro le quali il cinema postmoderno del decennio successivo ha poi trovato un’identità: decentramento del senso, proliferazione dei punti di vista parziali, ipertrofia dell’intreccio, commistione di generi, spostamento del sonoro, gusto della citazione, autorefenzialità, ostentazione del poetico o/e del meraviglioso sono tutte caratteristiche presenti nei titoli più innovativi degli anni Novanta. Dal “Dracula” di Coppola”, al “Casinò” di Scorsese, da “Natural Born Killers” a “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino.

“Una pellicola non è mai sola, ma sempre e comunque collegata alla memoria centrale del cinema”: solo uno dei tanti corollari che il film riesce a illustrare.
In un teatro di ombre cinesi, in cui lottano il bene e male, in questo luogo di miraggi, Leone “rivela” la tragica realtà del protagonista, salvo poi nuovamente sconfessarla e farla apparire come un’invenzione fantasiosa della sua stessa memoria. Noodles, secondo il regista, non è mai uscito dal 1933: ha semplicemente immaginato/vissuto, rendendo partecipe lo spettatore, il suo futuro “sovradimensionato” sotto l’effetto dell’oppio.
E quale esperienza può considerarsi più forte di quella di sognare, di inverare l’amore o il cinema stesso, dai primordi delle ombre cinesi all’epos essenzializzato dei generi?
Noodles/De Niro sorridendo per sempre nel gorgo fisso della sua immaginazione è riuscito a inventarsi il più giusto tra i finali possibili di una vita e , di riflesso, di un film immortale.

Voto Autore: 5 out of 5 stars