Francis Ford Coppola, gli 80 anni del mago della regia

Francis Ford Coppola nasce a Detroit il 7 aprile del 1939 e, da pochi giorni, ha compiuto 80 anni!
Cresciuto in un sobborgo newyorkese, suo padre Carmine era un affermato flautista dell’orchestra Nbc Symphony di Arturo Paganini; sua madre, Italia, faceva l’attrice, mentre sua sorella, Talia Shire ha recitato nel “Padrino” (’72). Padre di Sofia Coppola, pessima attrice ma autrice/regista ormai affermatissima e di grande talento.

Dopo aver armeggiato da bambino con il registratore, sincronizzando la musica sulle immagini dei filmini familiari, a 18 anni si interessa ad Ejzenstein e frequenta assiduamente le proiezioni del Museum of Modern Art di New york. Approccia alla scuola teatrale di Hofstra dove impara l’arte dell’allestimento scenico, quindi acquista una 16 millimetri e gira uno short mai portato a termine. Nel 1960 si iscrive al Cinema Department della Ucla e lavora soprattutto con l’insegnante di regia Dorothy Azener. Nel ’62 è direttore dei dialoghi di “The Tower of London” e tecnico del suono di “The Young Racer”. Mentre nel ’64 è l’addetto alla produzione di “The Terror”. Tutti questi film sono diretti da Roger Corman che lo avvierà alla professione di regista.

Tutta questa premessa è necessaria per capire il percorso e l’esperienza accumulata negli anni, che ha portato Coppola ad avere l’attenzione dell’Artigiano e il guizzo creativo del Genio. Chè nessun altro come lui ha saputo coniugare narrazione e impatto visuale, essenzialità filmica, barocche nuove tecnologie, Arte e Stile.

Francis Ford Coppola va identificato con tre decenni di cinema statunitense: dalla crisi degli anni ’60 a quella Hollywood Renaissance che lo vide imporsi con Scorsese, Altman, Bogdanovich, De Palma, Spielberg e Lucas; dall’affermazione dell’era elettronica, al legittimarsi della New Hollywood, ossia la leadership mondiale del cinema a stelle e strisce.

Si può dire che la rinascita hollywoodiana degli anni ’70 sia cominciata nel 1969 con “Easy Rider” di Hopper e si sia conclusa nel ’79 con Apocalypse Now: ciò che arriverà dopo, e soprattutto negli anni ’90, apparterrà ai remake in versione kolossal, agli effetti speciali sempre più speciali e alla realtà virtuale. In poche parole, anche al coppoliano Dracula di Bram Stoker (’92): film traboccante di incubi, visioni e tecnologia all’avanguardia.

Coppola, dunque, si è sempre trovato al posto giusto nel momento giusto da indispensabile maestro iperrealista, a suo modo eccessivo e al tempo stesso rigoroso (lo testimoniano “Cotton Club” dell’84, “Giardini di pietra” dell’87 e “L’uomo della pioggia” del ’97).

La sua carriera e satura di capolavori, di squisite prove d’autore come “Tucker – Un uomo e il suo sogno” (’88) e di stravaganti, oblique pellicole minori come l’orrorifico “Terrore alla tredicesima ora” (’63) e il musical kitsch “Sulle ali dell’arcobaleno” (’68).

Se la saga del “Padrino” (’72, ’74 e ’90) gli ha dato l’opportunità di strappare la mafia e l’Italia dalle radici del loro contesto storico per immergerle nel folklore e nella mitologia popolare, “La Conversazione” (’74 ) gli ha consentito di sviscerare con stile asciutto e forza drammatica, precise allusioni alla realtà dello scandalo Watergate. Poi nel 79, è arrivato il Vietnam di Apocalypse Now: con le sue dissolvenze incrociate, gli sguardi in macchina, il museo degli orrori, l’arrivo degli elicotteri al suono della Cavalcata delle Walchirie.

Ma l’imprevedibile Coppola ha cambiato registro nell’82 con le stupefacenti acrobazie della macchina da presa di “Un sogno lungo un giorno”: film-balletto, commistione fra pellicola e mezzo elettronico, geniale pasticche di immagini. E ha ribaltato di nuovo tutto con “I ragazzi della 56° strada” e con “Rusty il selvaggio”, girati nell’83: il primo in uno scintillante cromatismo anni ’50 e nello splendore dello schermo panoramico (16:9); il secondo in bianco e nero, nel classico formato quadrato (4:3) e con un guizzo poetico, i pesci colorati: l’ennesimo gioco di prestigio di questo mago della regia.

Nel frattempo rimaniamo in attesa del preannunciato “Megalopolis”, in via di realizzazione, un kolossal fantascientifico che immaginò per la prima volta oltre trent’anni fa. Chissà che non ci regali, così come ha fatto in tutta la sua straordinaria carriera, l’ennesima gemma. Una nuova Apocalisse che, già dal titolo, annuncia l’ennesima, titanica, impresa di un regista che ha firmato pagine di cinema indelebili. Scolpite nella roccia, come fossero gli affreschi di un’epoca, ma che soprattutto, con il tempo, non hanno perso minimamente il fascino del capolavoro. E la dimensione del mito.

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