La mia vita con John F. Donovan

Xavier Dolan è sicuramente uno dei registi che negli ultimi anni ha sbagliato di meno: esordisce a Cannes nel 2009, a diciannove anni, portando nella Quinzaine des Réalisateurs il suo primo film da regista J’ai tué ma mère e diventando per la critica internazionale il regista prodigio per antonomasia. I suoi film successivi non hanno praticamente mai deluso le aspettative. In particolar modo Mommy e E’ solo la fine del mondo, rispettivamente premio della Giuria e Grand Prix alle Croisette 2014 e 2016, così come Les amours imaginaires, hanno confermato la straordinaria bravura del regista di Montréal e la sua impressionante capacità di raccontare le vicende più disparate in un continuo riferimento alla sua vita e alle sue esperienze pregresse, caricandole in questo modo di un’intimità fuori dal comune nel panorama cinematografico mondiale. Questo breve preambolo è assolutamente indispensabile per parlare della nuova pellicola di Dolan, la prima in lingua inglese: La mia vita con John F. Donovan.

La mia vita con John F. Donovan

Il film racconta la storia incredibile dell’undicenne Rupert, aspirante attore che ha come idolo la celebre star della TV John F. Donovan. Il fatto che nessuno sa, nemmeno la madre di Rupert, è che il bambino da ben cinque anni intrattiene una relazione epistolare con il suo beniamino, che gli racconta i segreti dello star system e dei set cinematografici, e si configura come uno dei pochi appigli sicuri per il ragazzino, preso di mira dai compagni per le sue tendenze omosessuali, abbandonato di fatto dal padre e non compreso fino in fondo dalla madre. Quando la notizia accidentalmente viene fuori, ne nasce uno scandalo senza precedenti che arriva a mettere in pericolo l’intera carriera di Donovan, il quale nega questa particolare amicizia deludendo profondamente il piccolo Rupert. La vicenda si concluderà con un esito drammatico anche per lo stesso attore, improvvisamente tacciato come scandaloso dentro e fuori dallo star system in cui fino a poco prima recitava il ruolo di protagonista.

La mia vita con John F. Donovan

La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale al Toronto Film Festival lo scorso autunno e ha raccolto dei pareri decisamente negativi, sia dal punto di vista della critica che da quello del pubblico (18% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e 2,6 milioni di incasso globali a fronte di un budget di circa 35). I motivi di questo flop sono i più disparati: c’è chi ha criticato aspramente la sceneggiatura, chi la costruzione del soggetto, chi ancora l’ormai stucchevole autoreferenzialità di Dolan, che ancora una volta parte da dati assolutamente autobiografici (come la lettera che da bambino aveva spedito a Leonardo DiCaprio, senza riceverne una risposta). Il fatto è che il regista canadese è sempre stato molto personale nella scrittura e nella realizzazione dei suoi film e verosimilmente sempre lo sarà. I temi sono, anche in questo caso, quelli cari a Dolan, vale a dire l’infanzia, il rapporto madre-figlio, l’omosessualità e ad essi si aggiunge in maniera molto ben strutturata anche il tema della fama e delle ripercussioni che essa comporta su chi riesce a raggiungerla. Non a caso lo stesso regista ha descritto il film come indubbiamente drammatico, ma anche profondamente satirico nei confronti del mondo in cui ha scelto di vivere e lavorare. Il personaggio di Donovan appare infatti come un privilegiato, un attore ormai arrivato, che però non sa gestire la sua notorietà semplicemente perché è restio a comportarsi come gli altri gli consigliano. Arriva persino a nascondere il proprio orientamento sessuale perché sarebbe in qualche modo “sconveniente” per la sua carriera. Quando si pentirà delle sue scelte non sincere sarà troppo tardi per tornare indietro.

La mia vita con John F. Donovan

La sceneggiatura, va detto, appare sotto tono soprattutto per la sua frammentarietà. Infatti nella pellicola ci sono alcune scene scritte e realizzate in maniera ineccepibile, dall’alto valore artistico oltre che narrativo, ma anche momenti di estrema superficialità, a partire dalla scelta azzardata di raccontare parallelamente tre storie (quella di Rupert bambino, quella contemporanea di Donovan, e quella del Rupert attore emergente, che racconta la sua vicenda anni dopo ad un’intervistatrice). Per sviluppare in questo modo un racconto serve un’indiscutibile bravura nella fase di scrittura, altrimenti si rischia di perdere il filo del discorso e Dolan non sembra avere idee chiarissime. D’altra parte storicamente la maggiore abilità il regista canadese la fa vedere sempre nella pratica, con l’utilizzo della macchina da presa. Ecco che allora quest’ultimo film fa sì che Dolan possa raggiungere vette mai toccate prima, dimostrando una capacità artistica impressionante. L’utilizzo della cinepresa in La mia vita con John F. Donovan è assolutamente formidabile. In particolar modo l’uso del primissimo piano, quasi una costante nel film, avvicina con efficacia lo spettatore ai personaggi e alle loro coscienze. La scena della corsa forsennata della madre di Rupert sotto la pioggia di Londra, poi, con la macchina che scorre sul corrimano della scalinata e in generale pedina la donna da molto vicino, è indubbiamente un capolavoro memorabile. Meraviglioso è anche il modo in cui Dolan riesce a catturare lo sguardo di Susan Sarandon, che interpreta la madre di Donovan, nella scena che rappresenta l’ultimo momento insieme al figlio. Insomma, la debolezza in fase di scrittura è resa accettabile da un sublime lavoro tecnico da parte del regista. Anzi forse è proprio questa discrepanza che rende il film estremamente gradevole: Dolan sembra quasi un bambino che, intento a giocare, improvvisa; non sa come si svilupperanno le sue avventure, ma ha l’assoluta certezza che esse, in qualche modo, saranno magnifiche. Non importa granché che il film non sia retto e saldo sul suo binario, perché il fatto stesso che fluttui e ondeggi nella psicologia dei personaggi fa sì che lo spettatore possa uscire dalla sala soddisfatto.

La mia vita con John F. Donovan

Ovviamente tutto ciò è possibile solo potendo contare su un cast rinomato, e in questo senso il primo film in inglese dell’enfant prodige è un’eccellenza. Natalie Portman presta il suo volto alla madre di Rupert, Susan Sarandon a quella di John, il protagonista è interpretato probabilmente dal miglior attore bambino in circolazione, il Jacob Tremblay di Wonder, mentre la star della TV Donovan non poteva che essere impersonata da una vera celebrità del medium, ovvero Kit Harington de Il Trono di spade. A condire il tutto ci pensano poi un ottimo montaggio ad opera dello stesso Dolan e una colonna sonora eccezionale, anche frutto della furbizia del regista, che strizza volutamente l’occhio in particolare alla fascia di pubblico da lui prediletta (25-30 anni) con pezzi leggendari per quella generazione. Astuzia per colmare le lacune di un film meno entusiasmante e potente dei precedenti, ma comunque sempre particolare e introspettivo.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars