L’occhio che uccide

La clinica e malinconica dissezione di una perversione, nel capolavoro maledetto del più grande cineasta inglese (insieme ad Alfred Hitchcock) , Michael Powell. Che ci trascina irresistibilmente nel ruolo di vittima e in quello di carnefice.


Il titolo originale, “Peeping Tom” (Tom che sbircia o più semplicemente “guardone”) è il modo inglese di definire un voyeur e viene dal nome del leggendario personaggio che ho osò guardare Lady Godiva, costretta per un’infondata accusa di adulterio ad attraversare a cavallo nuda la città inglese di Coventry.

Quando “L’occhio che uccide” uscì in Inghilterra nel ’60, rimase in programmazione per una sola settimana. L’ottusa e violenta reazione della critica britannica mise virtualmente fine alla lunga carriera di un regista (Michael Powell) che, negli anni della co-regia con l’ungherese Emeric Pressburger, aveva dato vita a capolavori come “Scala al paradiso”“Narciso Nero” e “Scarpette rosse”. La scoperta di “L’occhio che uccide” si deve in gran parte a Martin Scorsese che, alla fine degli anni settanta, pagò personalmente le spese di stampa di una copia, affinché il film venisse presentato nel corso di una retrospettiva al Festival cinematografico di New York.

Mark è un assistente operatore, biondo, timido e “ferito”. Suo padre era un professore di psicologia che aveva scritto un intero scaffale di libri, come fosse Freud. E aveva fatto esperimenti sulla paura usando suo figlio, riprendendone il terrore.

Nella casa di famiglia, ora in parte affittata, Mark si è riservato l’ultimo piano. Poche stanze invase dai libri del padre, dai film che girava filmando Mark bambino dopo aver stimolato la sua sofferenza e la sua paura. Fra questi ricordi Mark si muove con silenzioso rispetto, con il passo leggero di chi “non è in grado di pagare l’affitto”. Ma la notte esce con la sua cinepresa e filma le donne che uccide, con raffinati “dettagli”.

La pellicola non ha nulla del poliziesco o del giallo; gli omicidi commessi da Mark sono senza scopo. Così come l’arte. Sì, perché “L’occhio che uccide” è intricato, fastidioso e disequilibrato come un home-movie.
Mark è solo uno spettatore appassionato, che raggiunge il punto di crisi dall’urgenza di essere visto. E’ la sola strada per affermare la propria esistenza e la propria personalità, ed è molto più pressante della fantasiosa psicosi di cui si suppone sia vittima.
Mark è a tutti gli effetti un artista! E’ un estremista romantico che si diverte a sembrare modesto e tedioso. La sua arte deve rimanere sconosciuta e invisibile, se Mark vuole continuare a produrla. Ma il suo furtivo regime dell’arte per l’arte è spezzato dallo sboccio di Mark dalla propria crisalide.
Le sue ali sono il suo spettacolo cinematografico. Ma è una esibizione talmente conclusiva e rivelatoria, talmente indotta dall’urgenza di essere riconosciuta, che è impossibile non intravvedere uno svelamento personale (non importa quanto furtivamente indiretto) del suo autore/regista. Proprio come un «peeping Tom» deve restare clandestino, così anche il ritratto offerto in “’L’occhio che uccide” è fastidiosamente obliquo.

Ma ora entriamo nei “dettagli”, di cui si parlava: un’estremità del suo cavalletto nasconde una lama, e all’obiettivo è attaccato uno specchio, perché le vittime siano costrette a guardare la propria paura mentre il ferro si immerge nelle loro gole. Anche se ci fermassimo qui, già saremmo nel delirio totale!

Sin dalla prima scena, il film ci strappa alla nostra passiva e distaccata visione. Il delitto dai colori violenti che apre il film è visto attraverso il mirino della piccola cinepresa, come se fossimo noi a manovrarla, a uccidere. Quando quelle stesse immagini, la morte di una prostituta, vengono proiettate da Mark, trasformate dal bianco e nero, acquistano una connotazione di osceno spettacolo. Mentre la cinepresa a passo ridotto zooma sul primo piano della vittima, la macchina da presa di Powell arretra alla stessa velocità. La dimensione del viso che grida senza suono resta invariata, ma la stanza dove viene proiettata e la nuca di Mark che osserva si rimpiccioliscono. Il risultato è uno spaventoso senso di vertigine che ci coglie alla vista del terrore della donna, cristallizzato dall’indifferenza di due obiettivi (la tecnica è molto simile a quella usata da Alfred  Hitchcock in “Vertigo” (1958), per dare appunto quel senso di vertigine, anche se con uno “scopo di trama” diverso). E noi spettatori siamo costretti per una volta a vedere, non solo a guardare. Così come nella scena finale. La cinepresa come sostituto fallico: nelle mani di Karl Boehm (Mark) l’atto del vedere si sublima in una perversa, omicida penetrazione. E sarà lui stesso a filmare la propria morte, impalandosi lentamente.

Ogni film ci propone di nasconderci nel buio per spiare la vita di sconosciuti che, apparentemente ignari, si offrono al nostro voyeurismo. Ma solo dalla visione di “L’occhio che uccide” si riemerge con la confusa, terribile sensazione di aver perpetrato, ma al tempo stesso, subito una terribile violenza. Non solo psicologica ma più materialmente “visiva”.

VOTO: 5 out of 5 stars

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