M – Il mostro di Dusseldorf

Fritz Lang è stato un autore dal formidabile e innovativo impatto visuale. Maestro del montaggio e nel taglio delle inquadrature. Il cinema di Lang è all’insegna della dualità, della schizofrenia, dell’agro e cinico pessimismo sulla natura umana. Il suo è un cinema nel quale l’irruzione del “lato oscuro” è sempre in agguato, latente, dietro una facciata di fredda, distaccata normalità.

Questa premessa è necessaria per capire a fondo un Capolavoro come “ M – Il Mostro di Dusselforf”, opera che si concentra sulla dualità dell’animo umano e che trova in Peter Lorre il perfetto assassino ossessionato dai propri fantasmi.

Lang si getta nel suo primo film sonoro (il primo in Germania) con animo ispirato e inquisitore nei confronti del sistema.
Inquadrature perfette, mai banali, un montaggio moderno e il sonoro come punto chiave della trama, a tutt’oggi, fanno di questa opera, un film che oltrepassa il tempo, che non ha età; non figlio della propria epoca ma di tutte quelle che verranno.

Il mostro, visto come normalità, che si nasconde in ognuno di noi, che sfugge ad ogni controllo conscio e inveisce con devastante follia omicida le proprie ossessioni/bambine/vittime.
Ombre allungate di pargoli che giocano con il lato oscuro, che diventa inconsapevolmente follia, abnegazione del proprio IO che prepotente scala la mente ferita di un uomo semplice(mente) malato.
Il “bisogno” di soddisfare un inconscio disturbato che diventa “necessità” di sopravvivenza. Diventa infanticidio. Pedofilia.

La contrapposizione che Lang ci offre è geniale.
Un gruppo di criminali che , per necessità (allarmati dalle continue indagini della polizia),  si ergono a giudici inquisitori alleandosi con la giustizia (attenzione! Con la giustizia non con la polizia). Spie criminali nascoste tra il pubblico, come lo chiama Lang, con il compito di sorvegliare la città alla ricerca di M.
Forze dell’ordine che per mantenere la loro forza, soprattutto morale, hanno la necessità di catturare M in fretta, prima che colpisca ancora,  pena la condanna sociale.

Franz Becker/Peter Lorre è un uomo comune che nasconde la bestia in attesa della scintilla/bambina che lo scateni.
Quando Franz Becker esce dal suo guscio di normalità diventa M, “Il Lato Oscuro” che appaga l’inconscio infanticida. E lo sottolinea fischiettando per strada un motivetto (Il colpo di genio del regista, alle prese con un mezzo assolutamente nuovo, il sonoro, fu quello di usare la musica come motivo di enorme intensità drammatica) tratto dalla suite del Peter Gynt di Grieg (in lingua originale fischiettato dallo stesso Lang e non da Peter Lorre).

Ironia della sorte, sarà un cieco che riconoscerà in lui il serial killer proprio per questa abitudine. Un criminale lo segnerà con una M gessata sul manto nero; segnale che scatenerà la caccia al mostro .

Catturato, dopo un’estenuante caccia all’uomo all’interno di un palazzo, M/Franz Becker si ritrova di fronte ad un tribunale vivente di criminali e si difende ostentando la sua incapacità di controllare il mostro che è in lui. Il bisogno di nutrire la sua repulsione, assecondando ogni istinto, pur di sopravvivere.
Sipario grottesco e spietato che schiaccia a terra la bestia ferita. Lo giudica senza essere giudicato e se ne compiace.

In tutto questo folle quadro Lang non fa del protagonista un feroce pervertito da odiare a tutti i costi ma, mentre lo condanna, lo dipinge come tragica figura di un ammalato incurabile e come capro espiatorio destinato a mondare le coscienze di una società tutt’altro che innocente.
Alla fine del film le forze dell’ordine salveranno “M” dalla condanna a morte emessa dai criminali e lo consegneranno alla giustizia ordinaria (notare che Lang non fa capire allo spettatore se “M” venga giustiziato o meno).

Tema attualissimo (quello dell’infanticidio/pedofilia) che ancora oggi terrorizza per la brutalità immorale e antisociale con cui si abbatte nei confronti di pargoli illibati, colombe bianche ancora da svezzare, piccole anime dagli occhi puliti e lacrime innocenti.

VOTO: 5 out of 5 stars