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Mother: il film più spietato di Bong Joon-ho

Ci sono tre motivi per uccidere: vendetta, soldi e passione. Se soldi, quella poveretta, non ne aveva, è certo che si debba indagare sulle restanti alternative. Una giovane donna uccisa brutalmente, il suo cadavere esposto, messo in vetrina, come un vanto.
Vendetta o passione dunque. Non sembra difficile. Un’accorta ricerca delle prove, una certa abilità da detective, pressanti interrogatori e diligenti pedinamenti: il poliziesco è servito. O quasi.
“Mother” è un giallo intriso di ambiguità, nessuna indagine dallo sviluppo lineare, nessuna verità a cui poter credere fino in fondo. Bong Joon-ho trascina lo spettatore in un cupo universo fatto di attese e smentite, divagazioni e false tracce.
“Mother” è la ricerca del vero assassino, è la difesa di un figlio davanti al pregiudizio e alla diffidenza della gente, è il desiderio di dimenticare ciò che non si riesce ad accettare. Ma la verità importa davvero a qualcuno? Fino a che punto è lecito spingersi per amore? E l’oblio è davvero l’unica via per sentirsi liberi?

La madre

Bong Joon-ho è stato premiato poche settimane fa a Cannes con la Palma d’Oro per il suo ultimo film “Parasite”. È il primo regista coreano a ricevere il prestigioso premio. Il giallo “Memories of Murder” lo ha consacrato in patria e all’estero come uno degli autori più interessanti della cinematografia sudcoreana. Il suo apocalittico monster movie “The Host” è stato campione d’incassi in Corea per lungo tempo. Bong, regista di grandi capacità tecniche, ha saputo sperimentarsi in generi diversi senza perdere mai il suo personale sguardo: ironico, critico, intelligente. Con “Mother”, premiato all’Asian Film Awards nel 2010, siamo di fronte ad un crime drama familiare sublime, oscuro, che lascia ampio spazio all’indagine dell’animo umano.
Do-joon è un giovane problematico, non ha lavoro, non è del tutto autonomo. È infantile e si mette facilmente nei guai. Ritardato, lo chiamano. Solo la Madre, unica vera e meravigliosa protagonista di questa pellicola lo protegge, lo ama, lo considera. Quando il corpo di una studentessa viene ritrovato senza vita, tutta la comunità rimane profondamente turbata. Ben presto le poche e per nulla convincenti prove inducono gli investigatori a reputare Do-joon colpevole. Il giovane non ricorda particolari che possano scagionarlo, gli avvocati sono troppo costosi per accattare di difenderlo senza lauto compenso, la polizia troppo impegnata per riaprire un caso che sembra essersi chiuso con sufficiente ragionevolezza.

Il figlio

La madre del ragazzo, con caparbietà e ostinazione, non si darà mai per vinta, si batterà senza tregua per l’assoluzione del figlio: un disperato angelo custode intento a mettere insieme i pezzi di una sanguinosa faccenda per liberare l’unico amore della sua vita. È una madre senza nome quella di Bong, perché di certo nessun nome può essere dato ad un amore così profondo, così assoluto, da essere quasi temibile: quali terribili azioni siamo disposti a commettere per difendere ciò che riteniamo giusto? E qualora non vi fosse nulla di giusto in ciò che abbiamo creduto?

Kim Hye-ja presta volto e cuore a questa donna dalla tenacia unica, riuscendo magistralmente a restituirci l’immagine di una madre tormentata, così attenta da essere oppressiva, di una mostruosa umanità quasi totalmente asservita a quel vincolo di sangue a cui ha ancorato l’intera esistenza. Won Bin, efficace e lontanissimo dai ruoli che gli hanno regalato enorme notorietà sia al cinema che in tv, interpreta il figlio bizzarro, diverso, di una stranezza che fa sorridere senza però essere capace di suscitare una reale simpatia. Apatico e sfuggente Do-joon viene deriso, accusato, maledetto, ma lo spettatore non si sente mai pronto a scommettere sulla sua innocenza. Ciò che si desidera, più di ogni altra cosa, è che quella madre abbia ragione, che non debba ricredersi, che gli sforzi fatti per difenderlo non siano vani.

La camera insiste su dettagli che non rivelano, il dialogo fra campo e fuoricampo alimenta il mistero, le omissioni della narrazione non vengono colmate. Bong depista, nasconde, smentisce. Se si vuole conoscere la verità dovremo essere disposti a seguire la Madre nella sua personale ricerca delle informazioni, dovremo insieme a lei procedere a tentoni, essere pronti a custodire qualche insopportabile segreto.
Scena d’apertura: immersa in un campo di grano la donna danza, enigmatica, vacillando fra riso e pianto. Nel finale, la donna riprende la sua danza: vinta dalla verità, sceglie il silenzio e rinnega la memoria. Dimenticare, indagare il passato, dimenticare di nuovo.

La narrazione circolare rende ancor più crudele un film che mette in scena una storia pronta a ripetersi. Perché dinnanzi all’orrore della nostra stessa natura, alla bestialità del nostro stesso sangue l’oblio è la sola cosa che ci permette di continuare a vivere.