O Captain Marvel, My Captain…

E’ arrivato il film propedeutico alla fine dell’Universo Marvel come lo conoscevamo, anche se sarebbe più corretto dire MCU (vedi https://www.marvel.com/ e https://it.wikipedia.org/wiki/Marvel_Cinematic_Universe ):  la distruzione di Thanos, infatti, si limita all’universo dei film, mentre quello dei fumetti continua inconsapevole il suo cammino.

E’ bene cominciare con un antefatto: con il film Iron Man (2008) la Marvel ha dato ufficialmente il via alla creazione del “Marvel Universe Cinematic”, dove ogni film è un capitolo indipendente di una storia ambientata nella stessa realtà, e dove, come nell’universo fumettistico, le azioni in ogni storia influenzano le altre storie. Questo è sempre stato un concetto presente nell’universo fumettistico Marvel: Stan Lee stabilì che, se una razza extraterrestre, poniamo in una storia degli Avengers,  attaccava New York, gli altri eroi non potevano ignorarla, quindi anche i Fantastic Four, Spider-man e tutti gli altri avrebbero reagito alla minaccia, cercando di contrastarla, nell’albo in uscita lo stesso mese di quello degli Avengers. Da qui la necessità di una squadra di editor, con un editor-in-chief, a sorvegliare le sorti di questa incredibile continuity  tra tutte le storie pubblicate. Uno sforzo immenso, considerando le decine di testate diverse, con personaggi che nei loro anni d’oro (vedi in particolare Spider-man) comparivano tranquillamente in cinque-sei testate contemporaneamente, facendo venire il mal di testa ai redattori che dovevano occuparsi della coerenza di tutte le storie, e dei collegamenti tra esse.

Anni ’90, Goose e Maverick…. Top Gun

Con i film, l’operazione dovrebbe essere più semplice, non più di 3 uscite annuali ,e altrettante storyline da far combaciare.  Semmai, si pongono altri problemi: ad esempio, l’età degli attori e gli impegni contrattuali degli stessi. Mente il secondo problema viene risolto con contratti sontuosi, per aggirare il primo, e mostrarci Nick Fury in una storia dove è più giovane di 20 anni, interviene la tecnologia a svecchiarlo in modo sorprendente, anche se nel tempo del cinema digitale diventa sempre più difficile sorprendersi per qualcosa.

Chiudiamo l’antefatto con il film “Avengers: Infinity war” dove un cattivo di nome Thanos acquisisce poteri supremi e stermina metà della popolazione dell’Universo.  Nel farlo, cancella anche metà dei supereroi terrestri, tra cui molti di gran successo, che avevano appena avuto l’onore di un film personale tutto loro (Black Panther, Doctor Strange) ed altri decisamente più famosi (addirittura Spider-man).  Restano in vita però gli Avengers (i Vendicatori, per chi preferisce la vecchia traduzione della testata Corno a loro dedicata)  e un’altra eroina, pronti a combattere per cambiare, magari retrospettivamente, le sorti della battaglia. Parliamo quindi dell’enorme, ovvio spoiler messo in atto dalla Disney, proprietaria della Marvel, che ha annunciato la messa in cantiere di alcuni film dedicati agli eroi scomparsi, presupponendo quindi che verranno “resuscitati” in qualche modo. Chi ha letto il fumetto da cui è tratta la saga “Infinity” sa che una possibilità sta nell’appropriarsi delle Gemme dell’Infinito,  e con quelle rimettere le cose a posto con uno schiocco di dita. Tutto come se non fosse mai successo, e si ricomincia da capo. Lo scopriremo a breve: quello che sappiamo per certo, è che la protagonista della riscossa sarà Captain Marvel (https://www.marvel.com/movies/captain-marvel) interpretata energicamente da Brie Larson nel film dedicato all’eroina della Casa Delle Idee.

Carol Danvers è un ufficiale pilota dell’aviazione americana, trovatasi ad acquisire involontariamente enormi poteri che finirà per usare (grandi poteri, grandi responsabilità) per aiutare in eguale misura umani, Kree e Skrulls (alcune delle varie razze umanoidi senzienti che compongono l’eterogeneo universo Marvel) e chiunque altro abbia bisogno di lei. All’inizio della pellicola Carol non conosce il suo vero nome, né sa di essere un’umana, ma vive  e si comporta come un soldato dell’Impero militarista Kree. A tenerla lontana dalla realtà, all’oscuro del suo vero passato, è un uomo, che le impedisce continuamente di esprimere il suo pieno potenziale. Durante la storia, però, Carol imparerà di più su sé stessa, liberandosi finalmente da quelle costrizioni che la tenevano sottomessa ad una vita d’inganni, e si ribellerà contro coloro che l’avevano fino ad allora sfruttata per i loro scopi. E’ un soggetto questo che non nasconde nulla, fa tutto alla luce del sole: Carol è l’eroina “femminista” nel senso più positivo possibile, che, liberata dal giogo del maschio, può esprimere tutto il suo potenziale. Scopriamo che la famiglia di Carol era composta, più che dai genitori di cui ricorda poco o nulla, da due donne, la sua migliore amica (e pilota di jet anche lei) e da sua figlia, quindi niente figure patriarcali. E il suo mentore è una scienziata geniale, immolatasi per la causa più nobile, la fine di tutte le guerre. Lasciamo allo spettatore il gusto di decifrare gli altri segni presenti  nella pellicola. Il lato positivo è che sì, è tutto mostrato, ma mai urlato: la naturalezza con la quale vengono introdotti i personaggi e le loro storie, fa sì che le scelte di questi siano solari, consapevoli e coerenti. Insomma, donne protagoniste e in guerra, ma non contro il genere maschile, bensì contro la stupidità (della guerra, delle idee misogine), e non si può che parteggiare per loro.

I due registi, Ryan Fleck e Anna Boden, sodali dall’inizio delle loro carriere, sono gli artefici della direzione presa dal film, e sorprende il fatto che i lavori più progressisti, ultimamente sembrano venire dai blockbuster, categoria in genere avvezza al catastrofismo, o al più a posizioni ecologiste(si pensi a The Day After Tomorrow). Qui non c’è una battaglia di generi, perché semplicemente si dà per acclarato il fatto che il conflitto ci sia già stato, che la donna abbia vinto e che solo pochi esseri miopi (come il cattivo del film) non se ne siano ancora accorti. Sarebbe un bel mondo, e non è ancora così, ma il cinema è fatto anche, e soprattutto, per sognare.

La donna prigioniera dell’inizio del film, al termine dello stesso libererà sé stessa e i suoi poteri nella grandiosa forma che le compete, assumendo il nome di Captain Marvel, pronta (nell’immancabile scena post-credit dei film MCU) a sfidare i nemici della Vita, compreso quel Thanos descritto nell’antefatto.

Il gran gusto della regia, il montaggio impeccabile, gli effetti speciali non invasivi e la recitazione convinta di tutta la squadra degli autori, fanno di questo film un piccolo gioiello, impreziosito dagli omaggi a Stan Lee, scomparso pochi mesi fa, vero artefice dell’Universo Marvel dei Supereroi, cinema o fumetti che siano. Le qualità mettono in secondo piano tutte le pecche della sceneggiatura, anche se ci vuole una bella dose di pazienza per non pensare (una fra tutte, la più clamorosa) all’assurdo del “motore a velocità luce” che fa, appunto, da motore a tutta la vicenda. Sì, perché in parte questo film è una space-opera, con tanto di pistole laser che somigliano proprio a pistole laser, e astronavi che bombardano pianeti come se non ci fosse un domani. Ma la sceneggiatura non è attenta al lato “fantastico” come lo è con quello umano, ed è fin troppo evidente a cosa siano interessati veramente gli autori. Compaiono anche alcuni siparietti comici, un marchio di fabbrica MCU,  che potevano essere evitati, ma che sono il pegno da pagare per quello che alla fine è un prodotto seriale, seppure con forti connotati personali.  Alla fine, comunque, il film funziona, arriva in porto guidato da mani sicure, e lascia lo spettatore soddisfatto e  pronto per la prossima avventura. Alla velocità della luce, ovviamente.             

VOTO: 3 out of 5 stars

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