Rushmore: l’origine del mito di Wes Anderson

Parlare in generale del cinema di Wes Anderson è un’impresa titanica. Pochi sono i registi più estrosi, enigmatici e variabili di film in film, del talento texano. Nel 1998 però Anderson era poco più che uno sconosciuto al grande pubblico. E’ vero, dopo aver conosciuto i tre fratelli Wilson (Owen, Luke e Andrew) mentre studiava filosofia all’università di Austin, nel 1996, grazie all’aiuto del produttore James L. Brooks (il finanziatore dei Simpson), era riuscito a rendere il suo primo cortometraggio Bottle Rocket un film da novanta minuti, ottenendo anche discreti plausi dalla critica filo-indie statunitense. Tuttavia il regista era ben lontano dallo status di visionario che lo caratterizza oggi. Con Rushmore le cose incominciarono a cambiare.

Rushmore

Scritto insieme al fedele amico Owen Wilson, come il precedente e il successivo lavoro, questo film segna la nascita indiscussa della poetica di Anderson. Racconta la storia del quindicenne Max Fisher, studente del prestigioso istituto Rushmore che a differenza di quanto si potrebbe pensare dal suo aspetto esteriore non eccelle in nessuna materia. In compenso però Max si dedica a decine di attività extracurricolari e lo fa con la massima diligenza, mantenendo la scuola su livelli di enorme prestigio. La sua passione più grande è la scrittura e la messa in scena di numerosi spettacoli teatrali. La sua vita prende una piega diversa quando Max conosce due persone: il magnate dell’acciaio Herman Blume e la maestra elementare Rosemary Cross. Il primo è un uomo di mezza età, in crisi con la moglie, che mal sopporta i due figli per la loro superficialità e che vede nella sua attività abbastanza proficua la sua unica ancora di salvezza. La seconda è vedova da un anno, e non ha ancora superato totalmente il lutto. Entrambi sono subito colpiti dalla maturità e dalla genialità di Max, e il ragazzo stesso comincia a frequentarli, mosso dalla stima verso l’imprenditore e dall’amore per l’insegnante. Quando però Herman intraprende una relazione con Rosemary, Max, sentendosi tradito dall’amico, comincerà un’escalation di “attentati” contro Blume, fin tanto che verrà espulso dalla sua amata Rushmore e sarà costretto a ricominciare daccapo in una normalissima scuola pubblica (con lo stesso piglio intraprendente di prima). Alla fine però i tre si riappacificano senza troppi danni.

Rushmore

Il film affronta per la prima volta una delle tematiche più care ad Anderson, ovvero l’adolescenza, vista come età di enorme instabilità e inquietudine, che rende il protagonista ossessivo nella ricerca del proprio io e del senso della sua vita. Questo argomento raggiungerà l’apice in film successivi come  I Tenenbaum e soprattutto Moonrise Kingdom, rendendo Wes Anderson forse il cantore più esperto del panorama spettacolare nell’attenzione al mondo dei teenager. D’altra parte anche la sua autobiografia ha inevitabilmente influito sul suo percorso. In Rushmore, ad esempio, la grande passione di Max per il teatro non è altro che la rappresentazione sullo schermo del primo grande amore giovanile del regista, che ai tempi del college si dava molto da fare nella messa in scena di opere inedite e grandi classici del passato, come dimostra anche l’uso del sipario per scandire le fasi della vicenda.

Rushmore

La straordinarietà di Anderson però sta proprio nel modo in cui trasporta sullo schermo questi elementi. Solitamente infatti l’adolescenza è sempre stata rappresentata come l’età dell’instabilità a cui si contrappone l’esperienza e la saggezza della maturità, con gli adulti che aiutano i giovani protagonisti nella loro “missione esistenziale” e che il più delle volte causano un lieto fine (che quasi sempre sta nella crescita interiore tipica di ogni romanzo di formazione). Ebbene in Rushmore tutto ciò non accade. Anzi gli adulti, in questa come in quasi tutte le pellicole del regista, sono assolutamente immaturi e appaiono come degli adolescenti mai cresciuti veramente. Tralasciando lo sgarbo amoroso che Herman Blume, un Bill Murray rilanciato dopo anni di crisi, compie ai danni di Max “rubandogli” l’amore, questo concetto viene espresso anche solo osservando il personaggio stesso nei suoi comportamenti e nel suo modo di fare. Blume sembra un bambinone, un eterno Peter Pan. La sua espressione è sempre disincantata, e ha perennemente bisogno di una figura guida che lo possa consigliare. In questo senso Max fa proprio al caso suo. Paradossalmente non è l’adulto che traccia la strada e impartisce le più utili lezioni di vita al ragazzo, ma esattamente il contrario. Indicativa in questo senso è la scena in cui Herman spia Rosemary da dietro un albero e, quando è costretto a parlarle e la saluta se ne va di corsa, come potrebbe fare un qualsiasi bambino imbarazzato dopo un colloquio con un adulto. Dal canto suo nemmeno la bella insegnante si dimostra matura e responsabile, non riuscendo mai a sospendere una volta per tutte lo stranissimo rapporto con Max. Il ragazzo è seriamente intenzionato a stare con lei e non considera nemmeno la grande differenza d’età e il suo essere minorenne come un ostacolo insormontabile, ma la donna, che dovrebbe dissuaderlo da tale sentimento, ne sembra quasi lusingata. Ovviamente non accetta mai di iniziare una relazione, ci mancherebbe, ma i complimenti e le attenzioni di Max senza dubbio la lusingano, forse più di quelli di Herman.

Rushmore

Paradossalmente dunque il personaggio più coerente con sé stesso e più autentico nei propri sentimenti è proprio il giovane protagonista, interpretato da Jason Schwartzman. Max è la versione contemporanea del tradizionale eroe romantico, sognatore incallito che desidera una donna irraggiungibile ma che non per questo si rassegna. Anzi, quanto più lontana le appare la signorina Cross tanto più forte arde in lui la fiamma dell’amore. Inoltre gli si può rimproverare tutto (la tendenza a mentire, a calcolare tutto secondo il suo interesse, la saccenteria ecc.) tranne la sincerità dei suoi sentimenti, che lo rende un personaggio tutto sommato positivo, a differenza di Blume. Eccezionale è poi anche il tono di Rushmore. Essa si configura infatti come uno dei primi, compiuti esempi di dramedy, termine che sta ad indicare un prodotto ibrido tra la commedia e il dramma, senza però prendere troppo sul serio nessuna delle due nozioni. Ci sono delle scene che hanno del comico, delle altre se non proprio drammatiche, quantomeno molto coinvolgenti sotto l’aspetto emotivo, ma non c’è una distinzione netta tra le une e le altre. La costruzione del film sembra quasi improvvisata e forse in certi punti lo è. Se c’è un termine che può racchiudere coerentemente tutta la filmografia del regista texano questo è proprio la parola dramedy. Ciò è visibile anche nella gestione degli attori da  parte di Anderson. Con i suoi interpreti il regista lavora assolutamente per sottrazione. Ne consegue che i volti sono quasi per tutto il film, a prescindere dal momento, imperturbabili e spesso flemmatici, quasi insensibili a qualsiasi emozione.

Quella che ad occhi profani o poco attenti potrebbe apparire come superficialità nella gestione del cast, in Wes Anderson si trasforma in realtà in un marchio di garanzia. Il regista sembra ricordarci che quello che stiamo vedendo è e rimane un film, un’opera d’invenzione, per quanto la vicenda e i suoi risvolti psicologici possano sembrarci familiari. Questo senso di distacco dalla realtà lo si vede in Rushmore come in tutte le altre sue opere, e lo si percepisce soprattutto nelle scenografie e negli ambienti, sempre fortemente improbabili. I fan sono entusiasti di questa estrazione dalla realtà che è solo apparente, simile a quella di Tim Burton, ma ci sono anche coloro che mal sopportano questo tratto caratteristico del regista. Indubbiamente però sono queste le istanze che differenziano gli artisti dai semplici professionisti. E Wes Anderson è senza dubbio un artista!

Voto Autore: 4 out of 5 stars