Stanley Kubrick, 20 anni senza il Maestro

Ogni media ha celebrato a modo suo la ricorrenza della scomparsa di Stanley Kubrick, datata 7 Marzo 1999, omaggiando il Maestro americano con articoli, servizi tv, rassegne dei suoi film trasmesse in tarda serata. Ben venga tutto questo, al netto dei luoghi comuni come “Kubrick come paradigma del cinema perfetto”, che Stanley ci si sarebbe fatto una sonora risata su.

Kubrick era infatti consapevole della totalità dell’oggetto cinema, compresa la sua caducità, fallibilità e falsità. Alla domanda di un attore “Non sarebbe più realistico se interpretassi la battuta in quest’altro modo?” rispondeva pragmatico “certo, sarebbe più realistico. Ma non sarebbe interessante”.  Il cinema è un falso d’autore, una bugia che promette movimento con 24 fotografie scattate in un secondo, che illude con la profondità presentata su un’immagine bidimensionale, persino spacciando per Real3D la tridimensionalità ottenuta ingannando l’occhio con l’ennesimo trucco da prestigiatore. Ed è bugia delle emozioni, generate con una colonna sonora che nella vita è inesistente, con dialoghi meravigliosi che non hanno riscontro nella vita reale, e dove il punto di vista non è mai di chi vive la vita, ma sempre e solo del regista.

Paradossalmente, la più comune svista nei lavori di Kubrick consiste nel parlare di realismo, concetto che al regista newyorkese stava assolutamente stretto. Da immenso autore qual’era, però, si sentiva libero di giocare, di sperimentare, arrivando al rigore formale di “2001:Odissea nello spazio”, dove ogni dettaglio è scientificamente corretto (salvo poi smontare tutto con i Monoliti e il Viaggio Oltre le Stelle), e agli incredibili eccessi di Barry Lyndon. In quest’ultimo, Kubrick va oltre la famosa tecnica di illuminazione con luci strettamente naturali e le avveniristiche lenti Zeiss fornite dalla Nasa, ma fa produrre dai costumisti persino le sottovesti degli attori, invisibili allo spettatore, ma che devono comunque indossare.

Un uomo ossessionato dalla sua idea di Cinema? Forse. Ossessionato dal controllo? Sicuramente, ma anche uno sperimentatore, un pioniere, sempre pronto a confrontarsi con sé stesso e il suo lavoro. Conscio dei suoi limiti, e attento al pubblico, tanto da rimaneggiare spesso il montaggio di un film dopo aver saggiato nelle proiezioni di prova le reazioni degli spettatori(come per The Shining). Sembrerebbe un atteggiamento da autore commerciale, desideroso di successo. Nel suo caso, è palese la ricerca del controllo su tutto l’aspetto pre/post produttivo, compreso l’effetto delle immagini sugli spettatori. Pronto a mettersi in discussione, quindi. E rispettoso del suo lavoro, conscio come detto della caducità dell’oggetto filmico, e dell’importanza di salvarlo per le future generazioni.  Si occupava in prima persona della conservazione delle sue opere, se non lo avesse fatto, oggi probabilmente non avremmo più accesso a quella meraviglia del “Dr.Strangelove”, uno dei lavori che rischiò maggiormente la scomparsa. Di questo possiamo anche dubitare, però, dopo aver assistito all’incredibile riesumazione di “Fear and Desire” in una copia digitale praticamente perfetta, dal punto di vista qualitativo, se non di quello cinematografico.

No, Kubrick non era il “regista perfetto”, anche se meritava sicuramente l’appellativo di “regista che piace ai registi”, affascinati non dalla perfezione delle opere del regista, ma dalla sua ricerca della stessa.

Da grande uomo di cinema qual’era, Kubrick sapeva anche contraddirsi, rinunciando al controllo totale quando poteva ottenere un risultato migliore affidandosi all’estro di un attore. Sul set di capolavori come “Lolita” e “Dr.Strangelove” lasciava sfogare Peter Sellers, filmando tutto ciò che il geniale attore improvvisava sul momento. E, girando “Full Metal Jacket”, quando comprese l’immensa energia che Lee Ermey (che interpreta il sergente Hartman) portava con sé, lo promosse da consulente degli attori a protagonista del segmento, lasciandogli la libertà di comporre gran parte dei suoi incredibili dialoghi.  

Certo, il “controllo” nominato in ogni trattato dedicato al cineasta americano si palesava non tanto nelle riprese, o nella stesura di sceneggiatura e dialoghi, quanto in sala di montaggio, dove il film diventava finalmente la sua creatura, dove non doveva dipendere da attori, meteo o illuminazioni per creare arte (“un set cinematografico è il posto peggiore a cui posso pensare dove poter realizzare un film”), e dove poteva davvero creare di qualcosa di nuovo, di interessante  e mai visto prima.

Kubrick ci lascia un numero di film che può sembrare esiguo, ne avremmo voluti molti di più, ma non sarebbe mai successo. Il suo metodo non contemplava la produzione seriale, non avrebbe mai avuto un crepuscolo alla Woody Allen o alla Clint Eastwood, che in vecchiaia sono diventati più prolifici che nell’età più forte e matura, forse per paura di non avere il tempo di filmare tutto ciò che hanno ancora da mostrare.

Il rigore morale di S.K. non lo avrebbe mai permesso, non avrebbe ceduto ad alcun compromesso, quel rigore che gli portava via tempo ed energie, che lo spingeva a girare magari sessanta volte la stessa scena, magari banale come quella di un’attrice che apre una porta, cosa che può sembrarci folle dall’esterno(che cosa cerca? Cui prodest?)  ma che assume un senso nel personalissimo metodo creativo di Kubrick.

 Il lascito di S.K. è comunque poderoso: tredici film (di cui uno disconosciuto, quel “Fear and Desire” derubricato dall’autore come “un tentativo goffo fatto in modo serio”, che peraltro ebbe ottime recensioni, in quanto già mostrava in nuce le qualità del Maestro), quasi tutti parte integrante della Storia del Cinema, ed è molto di più di quanto si possa dire della maggior parte dei grandi autori . Sono film da studiare, da apprezzare, da vedere con la massima qualità possibile, per apprezzarne la fotografia meravigliosa, il fascino dei personaggi, la circolarità delle storie, e l’incredibile cura di tutti i dettagli, dalla perfezione del montaggio a quella del sonoro, il tutto per coinvolgere occhi e cuore dello spettatore in modo totalizzante.

Un cinema fatto per il luogo cinema, in alcuni casi (2001) davvero apprezzabile unicamente in una sala IMAX, perché i film di Stanley Kubrick meritano un’immersione totale, che sia un viaggio oltre l’infinito, un Doppio Sogno o un incubo a occhi aperti nei corridoi di un Hotel. A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, rivedere le sue opere con rispetto è il miglior tributo che possiamo offrire.

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