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The Tree of Life

Qualcuno” troppe frettolosamente lo ha etichettato come irricevibile, pretenzioso, astruso, avanti di dieci anni, cinema che non meritiamo, ecc. Insomma, un mare di reazioni contrastanti, spesso violente, come si conviene all’opera di un vero sperimentatore. Ma cosa ha realizzato Malick esattamente?

Malick è sempre lui, con le sue voci off, le frasi epiche/poetiche, le immagini levigate che stordiscono, una regìa anche migliore dei suoi lavori precedenti, meno statica, più coinvolgente. La narrazione è non-lineare, non c’è un uso canonico dei flashback, quindi lo spettatore deve ricostruire dentro di sé tutta la linea temporale del film, che però non ha nulla di aristotelico.

La costruzione, quindi, sarebbe più simile a quella di “Pulp Fiction” che a quella di “2001:Odissea nello spazio”, che ha una linea temporale continua, a cui è stato accostato con un po’ di faciloneria. Ma anche qui il termine di paragone è improprio: Pulp Fiction è semplicemente un film montato in modo non lineare, perfetto a modo suo, ma basta un programma di NLE per editarlo e riposizionare gli avvenimenti in ordine cronologico. Si perde l’impatto emotivo ed artistico, ma si scopre quanto sia netta la linea temporale della pellicola.

Rimontare “The Tree of Life” è impresa impossibile. L’uso delle digressioni cosmiche ricorda le operazioni anni ’60 di Jean-Luc Godard, altro regista filosofo, in particolare “due o tre cose che so di lei” (cfr. la famosa scena della tazzina di caffè “cosmica”). I personaggi si muovono su piani temporali diversi, mai del tutto decifrabili dai segni, mai immediati. Il figlio parla al padre dal futuro, o è il padre a parlargli dal passato? Molti fanno domande a  Dio, ma lui  in qualche modo, in qualche epoca, ha mai risposto? Il quesito sembra sciogliersi nell’ultimo frame, l’ultimo istante, nell’appena percettibile sorriso del protagonista.


Dico “sembra” perché l’interpretazione più facile sembra essere questa. L’illuminazione raggiunta senza digiunare, senza rinunciare ai beni materiali e alla vita sociale come un esaurito Tyler Dyrden in “Fight Club”, o un Jules Winnfield in “Pulp Fiction”; l’illuminazione arriva all’improvviso, come un sogno lucido, ad occhi aperti, in una pausa di lavoro, in un corridoio anonimo del palazzo di una qualunque multinazionale. Il peggior posto del mondo per riceverla, a meno di non essere seguaci del culto di Steve Jobs.  


“The Tree of Life” è un film filosofico, se mai ce n’è stato uno, che si pone Le Domande, le uniche, forse, che vale la pena porsi, quelle a cui non si può rispondere se non vivendo (e amando, suggerisce mrs. O’Brien). Gli stimoli sensoriali dati dalle immagini apparentemente fuori contesto, le digressioni con dinosauri, brodo primordiale e asteroide caduto dal cielo, sono utili come indizi, come spunti di riflessione, come stimoli sensoriali, appunto. Non appartengono alla trama, perché non c’è una trama nel senso comune della parola, nel senso hollywoodiano del termine.

In questo, l’accostamento a “2001: Odissea nello spazio” è corretto: entrambi seminano indizi utili a decodificare il Mistero, sia esso un dio celeste o un monolite nero. Ma gli indizi sono ingannevoli, testimoni semplicemente dell’impossibilità di assolvere al loro compito. Non sappiamo cosa ci sia dietro gli occhi saggi del Bambino Delle Stelle più di quanto possiamo intuire dalle pieghe della bocca di Jack. Non sappiamo nulla, ma interrogarci sul nulla, ogni tanto, ci rende diversi da qualsiasi altra creatura. Ci fa bene, comunque.

Inutile chiedersi quale sia la trama: esattamente come accade nel film di Kubrick, sono le immagini a parlare, a suggerire, non una sequenza logica e significativa di avvenimenti. In sintesi, potremmo dire che “è la storia di una famiglia texana che reagisce ad una serie di perdite: un familiare, il lavoro, la casa, scavano un solco nell’anima di jack, il protagonista, che alla fine, in qualche modo, ritroverà la pace”.  Scritto così, potrebbe trattarsi della storia di Jack, interpretato da Schwarzenegger, un ex-poliziotto del Texas a cui la mafia ha ucciso un figlio, portato via la casa e fatto perdere il lavoro, che si vendica uccidendo tutti gli avversari e trovando finalmente la pace.

E infatti il film NON è la storia della famiglia O’Brien, o di Jack, o del padre o della madre, o la storia del ragazzo morto (dove? In Vietnam? Importa?). E’ la storia di una perdita. E’ la perdita di Dio, qualunque dio sia, da parte dell’intero genere umano. “I’ll tell you about the heartache and the loss of God” cantava Jim Morrison in, neanche a farlo apposta,  “Texas radio and the big beat”.   E’ la perdita di un figlio, di un padre, di un nonno, di un fratello, di una casa, del lavoro, della vita, dell’amore, della sicurezza di sé, della fede. E’ la ricerca di una disperata riconciliazione con tutto questo.

E’ un film che merita, come meritava Godard nei ’60, come ha meritato Kubrick nel ’69, come merita Kim Ki Duk in ogni film che realizza. E’ un film che, soprattutto, ha il coraggio di non darci una soluzione, una spiegazione rassicurante, per questo viene odiato da molti, che si appigliano irosi a un paio di Celofisi per pochi minuti a spasso per lo schermo , per “spiegare il loro rifiuto” di oltre due ore di domande senza risposta.

VOTO: 4 out of 5 stars