X-Men Dark Phoenix

La saga degli X-Men al cinema, oltre ad inaugurare il moderno genere supereroistico, è stata la prima ad avere un successo eclatante con i personaggi della Marvel, dopo che la DC Comics aveva imperato  nei cinema fino ad allora, con le saghe di Batman e Superman. Infatti, il primo film sui mutanti della Marvel è uscito nel 2000, ad opera di Bryan Singer,  anticipando di due anni il successo mondiale dello Spider-man di Sam Raimi.      

Tutti i dodici film della saga (compreso il prossimo Nuovi Mutanti) sono prodotti dalla 20th Century Fox, compagnia recentemente acquisita dalla Disney, società proprietaria anche della Marvel. Premessa necessaria per spiegare che i film sui Mutanti hanno vissuto in un proprio universo cinematografico, dove invece non esistono tutti gli altri eroi (Spider-man, Iron Man e gli altri). Con la cessione, si è deciso di integrare nell’universo cinematografico Marvel (detto MCU) anche quello dei mutanti, con nuovi attori e personaggi. 

Ed è in questo contesto che si colloca Dark Phoenix, e sono questi i limiti di questo lavoro, una produzione ormai senza grossi budget, che è stata realizzata per “chiudere i contratti” terminando così una saga durata esattamente vent’anni.


Il Blackbird sfida la misteriosa energia fenice

Gli appassionati avranno il piacere di rivedere i loro personaggi preferiti, gli attori ci sono praticamente tutti, mentre la trama e la confezione li soddisferanno meno. Sulla storia, c’è da fare una precisazione. Questo franchise ha subito uno dei più particolari reboot della storia del cinema: mentre nel 2003 veniva terminata la prima trilogia, con il capitolo “X-Men: Conflitto finale”, le storie proseguivano con film in solitaria di Wolverine, che diverranno una trilogia a sé stante. Nel 2011 viene rilanciato il franchise con “X-Men: L’inizio”, quindi nuovi attori a sostituire i vecchi interpreti. La trovata interessante è che il nuovo film è un prequel della serie, ovvero mostra i nostri eroi all’inizio della loro attività. Ma il colpo di genio arriva con il secondo capitolo, “Giorni di un futuro passato”, ancora diretto da Singer, che mescola il nuovo cast a quello vecchio, secondo il principio di “differenti linee temporali”. Il trait d’union è rappresentato da Wolverine, interpretato sempre dall’attore Hugh Jackman.

Dopo questa convincente pellicola, però, le idee si esauriscono, e il successivo “X-Men. Apocalisse”, pur visivamente grandioso, risulta meno convincente e appassionante. Si arriva così all’ultimo capitolo, questo “Dark Phoenix” (Fenice Nera) realizzato per dovere di firma riciclando una storyline già utilizzata nel 2003 per “X-Men: Conflitto finale”. L’impressione per i vecchi appassionati è quindi di essere in una sorta di deja vu, ma senza il fascino di Hugh Jackman. Per i nuovi, la delusione dopo la grandeur delle pellicole precedenti.

Nicholas Hoult è Hank McCoy, La Bestia

Quest’ultimo capitolo riprende la storia con un salto temporale fino al 1992. Gli X-Men sono delle riconosciute forze del bene, una sorta di Avengers mutanti, mentre Magneto vive in esilio con un gruppo di reietti in una zona franca. Il Presidente U.S.A. chiede a Xavier, capo discusso degli X-Men di aiutare il Paese in una missione di soccorso in orbita terrestre, ma l’energia misteriosa che ha causato l’avaria nello Space Shuttle Endeavour, contaminerà Jean Grey, trasformandola in un essere dal poter virtualmente infinito. Il tutto sotto gli occhi di una razza aliena, i D’bari, che vuole sfruttare quel potere per crearsi un proprio mondo, a spese del pianeta Terra. In breve tempo la Fenice Nera emergerà dalla personalità di Jean Grey, e l’umanità inizierà a temere di nuovo l’intera razza mutante. Sia gli alieni che i terrestri, mutanti o meno, scopriranno che non c’è modo di tenere a freno quel potere.    

Sophie Turner è Jean Grey, La Fenice Nera

Dark Phoenix è inizialmente efficace, girato con mestiere, ha delle sequenze appassionanti (il volo del Blackbird nello spazio e il rocambolesco salvataggio degli astronauti dello Shuttle) ed una trama classica (il sacrificio dell’eroe, il fascino del male) con concetti banali ma che funzionano sempre se adeguatamente sfruttati. Non è questo, purtroppo, il caso. Non ci sono particolari approfondimenti sulle situazioni, come la cittadella nella giungla di Magneto (il sempre intenso Michael Fassbender), spiegata in modo sbrigativo, né sulla razza aliena che vuole terraformare il nostro mondo (almeno, l’intento sembra quello). Gli alieni stessi, i villain della storia, sono appena accennati, poco interessanti e si reggono tutti sul carisma di Jessica Chastain.

Il film celebra anche il passaggio di testimone, iniziato in Apocalisse, da Jennifer Lawrence (Mystica) a Sophie Turner (Jean Grey/Fenice) nel ruolo di protagonista. Qualcosa si perde nel cambio, certamente a J. Lawrence riusciva più naturalmente il ruolo della ribelle energica padrona del proprio destino, ruolo già rodato nella trilogia di “Hunger Games”.       

Pregi del film sono invece il buon ritmo, la lunghezza non eccessiva e alcune sequenze di azione. Tuttavia, il pesante incaglio è nel finale, che ha ricordato a  chi scrive il finale di un film prodotto per motivazioni simili, ovvero “I Fantastici 4 e Silver Surfer”, dove l’eroe si sacrifica per distruggere un nemico rappresentato da una nebbia di uno strano colore: là era la raffigurazione di Galactus, qui l’energia misteriosa proveniente dallo spazio che ha creato la Fenice. Ma ad altri ricorderà il finale di “Avengers: Infinity War” per alcune immagini; i più affezionati invece faranno il confronto con le sequenze gemelle di “X-Men: Conflitto finale”. Insomma, tutto già visto (o letto, per chi colleziona anche i fumetti). Nessuna vera emozione, neppure nelle poco convinte scene finali, per il pubblico che sperava in momenti di grandezza, visiva o emotiva che fosse. La produzione, da una parte mostra così di voler morire come ha vissuto, con una propria identità: niente sketch comici, quindi, come quelli che ormai infestano tutti i film Disney/Marvel. Ma, dall’altra, dimostra di non aver appreso neppure ciò che di buono è stato raggiunto nelle saghe MCU, ovvero la fondamentale capacità di portare sempre e comunque lo spettatore dalla propria parte.

Un film che non è quindi la vera, grandiosa conclusione di un ciclo, come lo è stato per “Avengers: Endgame”, ma semplicemente l’ultimo, non necessario film di un franchise che, in fondo, aveva già detto tutto.

Voto Autore: 3 out of 5 stars